3 Film Spettacolari consigliati da CB01 nel 2019

  1. L’apprendista Stregone / Il preferito di CB01 nuovo indirizzo oggi

Uno dei tre apprendisti maghi di Merlino, Balthazard (Nicolas Cage), vive nella moderna Manhattan, dove incontrerà Dave Stutler (Jay Baruchel), ragazzo laureato in fisica che dimostrerà di essere il prescelto per sconfiggere la perfida Morgana. La potente e malvagia maga, bloccata in una bambola di legno da una antica magia, aspetta la sua liberazione ad opera di un malvagio stregone, Horvath (Alfred Molina), nemico giurato di Balthazard. Il giovane Dave apprenderà le arti magiche dal suo nuovo maestro e contrasterà le forze del male, che minacciano di rendere schiava l’intera umanità.
L’unione di moderno con il mistico, magico ed ancestrale mondo della stregoneria ha, a parere di chi vi scrive, un effetto un po’ forzato e stridente. Anche in questo caso l’unione di ‘sacro e profano’, di antichi libri con palmari accessoriati di funzioni google, è un accostamento azzardato, anche se ben ricreato con sapienti e suggestive sceneggiature. Il tutto è retto da un grande Nicolas Cage, qui in perfetta forma, con capelli lunghi, manto nero e lampi guizzanti di magia nelle mani. La Bellucci, che interpreta il ruolo di Veronica, la terza apprendista di Merlino anch’essa rinchiusa nella bambola magica, è limitata (per fortuna!) a poche battute e scarsa presenza. Il film si presenta con un copione abbastanza classico e senza particolari colpi di scena, nel più classico dei canoni Disney di buonismo e lieti fine; il giovane impacciato che riesce a conquistare la sua bella è solo un altro dei clichè a cui siamo ormai ben abituati dalla Disney. Per il resto, il film si riduce a una serie di palle elettriche scagliate dalle mani, qualche effetto speciale discreto e battutine ironiche, con personaggi macchietta che rendono il tutto godibile anche per i più piccoli.
L’apprendista stregone dimostra un buon ritmo, con un Nicolas Cage che torna ai fasti Disney di ‘Il mistero dei Templari’, con eguale immersione nel proprio ruolo. Troviamo anche un omaggio all’episodio dell’Apprendista Stregone del Fantasia del 1940, in cui Topolino mago animava scope e secchi. Nonostante questo non è di certo una ventata di novità che ci porta questo film, facilmente dimenticabile e carente di una migliore capacità accattivante che gli manca.

2) Pelham 123 – Ostaggi in Metropolitana

Metropolitana di New York, un giorno come tanti per Walter Garber (Denzel Washington), coordinatore del centro di controllo del traffico metropolitano. Ma il treno 123 viene preso in ostaggio da una banda armata fino ai denti, guidata da Ryder (John Travolta). Il prezzo del riscatto č di 10 milioni di dollari entro un’ora. E i banditi minacciano esecuzioni degli ostaggi per ogni minuto di ritardo nella consegna del denaro o richiesta non esaudita. Sarā lo stesso Garber a negoziare le trattative, per tutta la durata del sequestro.
Remake del film del ’74 ‘Il colpo della Metropolitana’, con W. Matthau, in Pelham 1-2-3 ad occupare il ruolo del capo dei malviventi, cinico, lucidamente spietato e pazzo, non poteva essere che John Travolta, il cui ruolo di malvagio, giā calzato in altri grandi successi come Face off, sembra fatto su misura per l’attore. Dall’altra parte del microfono troviamo un ottimo Denzel Washington nei panni del capo della centrale di controllo, il cui delicato compito sarā quello di contrattare e prender tempo, assecondando le stravaganti e minacciose pretese dell’uomo.
Il film inizia leggermente in sordina, con un uso forse eccessivo di riprese sfocate e al rallenty che, pių che sottolineare le scene di rilievo, potrebbe infastidire, ma si riprende ben presto con l’inizio della trattativa psicologica, in cui l’imprevedibile Ryder e il calmo e deciso Garber si confrontano in un gioco negoziatore-sequestratore la cui posta č la vita degli ostaggi. I due uomini finiranno per conoscere meglio particolari l’uno dell’altro, in un crescendo di tensione, con lo scadere dell’ora messa a disposizione, ben orchestrata. La profonditā dei due attori protagonisti e lo scavo psicologico, uniti ad un ritmo incalzante e teso per tutta la durata del film, rendono decisamente interessante fino all’ultimo la pellicola.

3) Conan the Barbarian

Conan (Jason Momoa), cresciuto in una tribù di barbari guerrieri e dedito alle armi fin da piccolo, perde il padre dopo l’attacco da parte di Khalar Zym (Stephen Lang). Giura quindi vendetta, incontrando sulla sua strada la bella Tamara (Rachel Nichols), il cui destino si unirà a quello del guerriero cimmero.
Tratto dal libro di Robert Howard, Conan il barbaro diede il via al genere fantasy barbarico, lanciato poi dai fumetti Marvel e sul versante cinematografico nel 1982 dal Conan il barbaro col mitico Schwarzenegger ad impersonare il nerboruto guerriero. Armato di spada, rozzo nelle maniere ma dal cuore nobile e leale, Conan stavolta ci viene proposto in 3D in un remake dalla trama piuttosto lineare per non dire semplice: l’eroe che cerca la vendetta sul truce ed ignobile cattivo, incontrando qualche buon amico lungo il percorso e la sua amata, ovviamente poi da salvare. Il film parte bene, aprendoci la porta al mondo hyboriano con un preludio interessante e che faceva bene sperare, complice anche un grande Ron Perlman nel ruolo del padre del giovane Conan; poi purtroppo si inciampa in una fin troppo prevedibile trama, senza spunti interessanti o capaci di rendere viva la pellicola, che si butta a capofitto in scene di combattimenti feroci e spargimento di sangue alla lunga un po’ ripetitivi. L’attore protagonista, Momoa, è una presenza fisica adeguata al livello muscolare richiesto ma quanto a recitazione siamo scarsi. I pochi dialoghi in alcuni momenti sprofondano in una imbarazzante vacuità, sebbene ci si possa nascondere dietro la scusante dell’eroe rozzo e di poche parole, anche se qui si va oltre un certo limite. La regia falla in alcuni punti con errori di superficialità (l’abbordaggio alla nave che inizia a notte fonda mentre la successiva scena di combattimento sulla stessa è in pieno giorno). Manca inoltre quel senso di epico che il prologo poteva lasciar sperare, facendo scivolare il film nel mare dei remake falliti.

Ecco la Recensione del Film Juno

Prima di cominciare, è bene spiegare una cosa fondamentale: Juno non è un film contro l’aborto. Lasciamo stare le voglie, cui è soggetta Hollywood, di gravidanze a tutti i costi in un mondo tinto di rosa dalla morale maschilista, ricordiamoci che sempre nei film americani (soltanto in quelli però) le ragazze rimaste incinte per sbaglio ottengono promozioni, proposte di matrimonio e strabilianti avventure erotiche. Invece Juno canta fuori dal coro, nonostante i benpensanti e poco intelligenti non ci siano arrivati.


Juno è un film streaming d’amore. È la storia di un’adolescente che decide di conoscere il sesso in un noioso pomeriggio d’Agosto con il suo migliore amico. Rimane incinta, e quando prova ad abortire non ce la fa perché la clinica è inospitale, e ormai il piccolo ha già il cuore e le unghie. Di nuovo Juno decide, sceglie Mark e Vanessa come genitori adottivi, e messa di fronte alle difficoltà degli adulti si interroga sull’amore, piange perché il ‘per sempre felici e contenti’ delle favole non esiste. Alla fine scopre che l’amore per lei era dietro l’angolo, e prosegue la sua vita.


La forza di questo film sta nella disarmante semplicità: la vicenda è spinosa, ma una adolescente intelligente, sebbene irresponsabile nei suoi sedici anni, aiutata dalla famiglia e lasciata libera di scegliere, segue un percorso così lineare da sembrare fantascientifico. È padrona del suo corpo, ne accetta le conseguenze. La maternità è un’altra storia, è la storia di Vanessa. La forza di questo film sta anche nei dettagli: dettagli veri e vivi della vita di una ragazzina come tutte noi siamo state, con una camera in disordine, un abbigliamento senza gusto, una smisurata passione per il cibo spazzatura, un linguaggio incline al turpiloquio.


Ed ecco il punto di squilibrio, i dialoghi. Che la blogger Diablo Cody sia il fenomeno dell’anno per la scrittura cinematografica siamo tutti d’accordo. Ma la ragazza, tatuata come Braccio di Ferro, ha fatto bene a non nascondere il passato da spogliarellista. Perché si sente. La storia è scritta con il cuore e con la testa e per questo l’abbiamo amata molto, ma i dialoghi di una Juno faccia d’angelo che dice ‘devo solo scodellare il fagiolo e lasciarvelo’ fanno ridere e rabbrividire. Calcare la mano sullo slang adolescenziale è pericoloso, e l’effetto macchietta è stato centrato in pieno.
Intelligente la regia del trentenne Jason Reitman, figlio d’arte di papà Ivan (il celebre regista dei due Ghostbusters) e regista rivelazione con Thank you for smoking (2006), buffa la trovata di rappresentare il tempo che scorre con la perenne maratona della squadra di atletica del liceo, sublime di autentica bellezza Jennifer Garner finalmente in un ruolo serio.

Quando tutto Cambia – il Film

April (Helen Hunt) è una insegnante di Philadelphia alle prese con vari problemi esistenziali: il marito (Matthew Broderick) la lascia, la madre subito dopo muore e lei viene a scoprire che era la madre adottiva. Poco dopo compare nella sua vita travagliata il padre (Colin Flirth) di uno dei suoi studenti e lei se ne innamora. Come se non bastasse la contatta anche la vera madre (Bette Midler), conduttrice di un programma televisivo mattutino, che vuole riallacciare i rapporti dopo 39 anni. Dopo l’iniziale diffidenza, April appurerà la verità sul fatto che la donna, tanto diversa da lei caratterialmente, è la sua vera madre, che l’aveva abbandonata da piccola perchè non in grado di gestire la difficile situazione.


Questa atmosfera da telenovelas argentina viene complicata ulteriormente quando April scopre di essere incinta dell’ex marito, con conseguente crisi nel rapporto con il nuovo fidanzato, che tra l’altro è padre di due bambini a sua volta.


Quando tutto è cambiato è un calderone di sentimenti, patemi drammatici e sentimentalismi serviti su un piatto che non si presenta molto bene in quanto condito con troppa confusione: molti sono i punti vuoti lasciati nella sceneggiatura dalla Hunt, per esempio il perchè mai ci sia una rottura con l’infantile marito, o perchè Flirth si debba infuriare ad un certo punto; il film prende una piega diversa a d un certo punto, dall’iniziale film romantico quale sembrava, a scena colma di drammatica teatralità, fino al finale che per fortuna rincuora un po’ le sorti di un film mediocre e noiosetto. Helen Hunt, attrice principale e regista, è al centro della scena per tutto il film, tutto è guardato dal suo punto di vista, anche le cose che normalmente sarebbero poco serie o comunque fastidiose, come il fatto che lei sia così indecisa tra i due uomini, come una pallina di ping pong tra le due racchette, mentre Colin Flirth nella prima parte del film sembra un orsacchiottone buono, nella seconda muta ad orso iracondo.
Insomma, un film che non mi ha convinto particolarmente, via di mezzo tra commediola leggera, drammatico e sentimentale senza centrare il segno in nessun caso.

Land of the Lost Recensione

Il dottor Rick Marshall (Will Ferrell), alternativo quanto geniale scienziato, ha una sua teoria particolare sull’esistenza di mondi paralleli, poco condivisa da colleghi e benpensanti. Finchè riesce a creare uno strumento che gli consente di viaggiare nei mondi paralleli tramite vortici spazio-temporali, e compirà il viaggio assieme ad una giovane ricercatrice (Anna Friel) e uno stravagante amico. I tre si troveranno proiettati in un mondo popolato da scimmie primordiali, dinosauri e altri abitanti fantascientifici, e dovranno lottare contro innumerevoli pericoli per poter tornare vivi sulla Terra.
L’impresa in cui si è cimentato il regista Silberling ha del rischioso: una avventura fantastico-fantascientifica 3D in stile comico demenziale, con punte di parodistico. Ancor più pericoloso di creare oggigiorno un film di fantascienza senza le basi per solide animazioni digitali e una storia avente già del seguito tra il pubblico, è quello di mischiare la fantascienza con la comicità, cosa che facilmente può portare il film a sconfinare nel patetico e nell’ingenuo. Un rischio che ha corso a suo tempo anche ‘Il risveglio del tuono’, che pur senza mischiare la comicità alla pellicola ottenne un risultato deludente per via di effetti digitali all’osso e una trama che, volendo esser seria, non risultava credibile.


Con Land of The Lost le redini del palcoscenico sono affibbiate a Will Ferrell, icona comico demenziale con al suo attivo innumerevoli altri lavori cinematografici ‘leggerini’ (i vari film della serie Austin Powers, Elf, Fratellastri a 40 anni). Il film riesce a ottenere anche grazie a lui e alle sue spalle comiche un buon ritmo e battute che non sforano nell’ingenuo o nel banale, e l’attore convince nei panni dell’archeologo imbranato e deriso che trova il suo ricatto in un’avventura in cui tutto è possibile: la parodia e l’eccentricità della pellicola che non si prende per niente sul serio non guastano, ma anzi contribuiscono a creare un qualcosa di inaspettato e piuttosto godibile e divertente, pur senza gridare al miracolo. Gli effetti speciali sono ben realizzati, con tirannosauri famelici e sequenze e scenografia a mezza via tra Jurassic Park e The Flintstones. L’azione è sostenuta e non ci sono momenti noiosi o tempi morti.
Insomma un difficile terreno di ripresa ma in cui regista e compagnia al seguito riescono a uscirne più che fieramente: molto simpatico.

In Time – Un Capolavoro con Justin Timberlake

In un ipotetico futuro viene sconfitto l’invecchiamento, dando la possibilità alle persone di vivere per sempre. Questo però porterebbe ad un problema di sovraffollamento, per risolvere il quale si decide di fare invecchiare le persone solo fino ai 25 anni, dopo i quali, per poter restare in vita, è necessario acquisire nuovo tempo. Il tempo diventa quindi l’unico denaro e merce di scambio, trasferito da persona a persona col semplice contatto delle braccia che recano, in sovraimpressione, un timer fluorescente: il tempo di vita rimasto. In questo mondo i ricchi possono vivere praticamente per sempre a scapito dei poveri, costretti a vivere giorno per giorno racimolando il tempo necessario per la sopravvivenza. In questo scenario Will Salas (Justin Timberlake), operaio proveniente dal ghetto, ottiene per caso una incredibile quantità di tempo. Potrà così uscire dalla sua situazione e avvicinare il mondo dei ricchi, per sottrarre loro la maggior quantità di tempo possibile. Finirà così per rapire la figlia di un potente uomo d’affari, Sylvia (Amanda Seyfried) per ottenere un riscatto.


Il soggetto di questo film è decisamente innovativo. Anche se l’idea stessa delle persone che vivono con un timer incorporato e che si scambiano il tempo toccandosi le braccia può rasentare l’ingenuo o l’inconcepibile, e tralasciando l’incoerenza che grava più in generale sul tutto, il film consente di fare qualche riflessione abbastanza ovvia sull’importanza del tempo, che ci è concesso come un dono.


In Time si cala comunque bene nel genere fantascientifico, con ambientazioni ricreate in modo artificioso e asettico, sia per quanto riguarda il ghetto che per il settore ricco della città. Le scene d’azione sono presenti ma senza esagerazioni, con un impattante Cillian Murphy ad interpretare Raymond Leon, uno dei guardiani del tempo, la polizia che deve mantenere il controllo dei flussi di tempo nella popolazione. L’uomo si metterà all’inseguimento del protagonista fuggitivo e della sua rapita, che diviene subito sua complice. La storia prosegue senza particolari colpi di scena, concentrandosi maggiormente sui dialoghi tra i due protagonisti, tra i quali nascerà una storia d’amore ostacolata sempre dalla perenne mancanza di tempo, fonte di vita e di potere, per il quale nel ghetto si arriva facilmente ad uccidere.


Dal punto di vista quindi essenzialmente didascalico il film vale la pena di essere visto, sia per la morale che per l’idea originale, e anche per il discreto cast; dal punto di vista della realizzazione invece si poteva fare certo di meglio, e non ci si deve proprio aspettare un senso logico e razionale del concetto alla base del film.


La frase migliore:
“Possono prenderti il tempo ogni attimo. E’ assurdo!”
“Sì è assurdo.”

Lui Lei e Babydog – La Sposa Fantasma

Charlie (Brendan Hines), che lavora in un bar specializzato nella preparazione di miscele di caffè, non può sopportare i cani. Ma le cose cambiano quando incontra Daphne (Malin Akerman), la sua ragazza ideale. Lei ha appena perso un cane e ne è molto addolorata, quindi ben presto ne prende un altro, Babydog, cagnolina che prende subito in antipatia, forse per gelosia, Charlie, immischiandosi nel loro rapporto di coppia. Il triangolo amoroso degenera, un po’ assurdamente, quando il ragazzo, costretto a passare del tempo con la cagnolina, si accorge che quello di cui ha realmente bisogno è la compagnia dell’amico più fedele dell’uomo, il cane. Ma il rapporto tra lui e Daphne, come in ogni romantica storia a lieto fine, può ancora esser ricucito, ed è proprio la fuga dell’animale a riunire i due cuori.


Lui Lei e Babydog è una commedia leggera e senza molte pretese, forse mancante di una marcia in più per via di una regia che avrebbe potuto esser più convincente, magari più ironica o con un ritmo più veloce nelle battute. Comunque il film risulta gradevole, semplice ma simpatico, con alcuni luoghi comuni sugli animali utilizzati come base per simpatiche gag (come l’amico di Charlie che porta a spasso il cane solo per far colpo su altre ragazze).

Il giorno del matrimonio, Henry perde la futura moglie Kate (Eva Longoria), schiacciata da una statua di angelo. Da quel giorno decide di chiudersi in sč stesso, allontanando da sč ogni possibile donna. Su consiglio di sua sorella, Henry si reca da una medium, Ashley, e dopo qualche incontro tra i due nasce qualcosa. La ragazza approfitta del fatto di avere il diario della defunta moglie, per fargli credere di essere in contatto con l’aldilą: ma ben presto Kate la incontra davvero, sotto le spoglie di un fantasma che la perseguita cercando di renderle impossibile il rapporto con Henry.
Il film č una commedia romantica nella media, ben girata, con alcuni spunti divertenti e finale rosa, certo non fa gridare al miracolo, anche l’idea non č del tutto innovativa, ma riesce comunque a far passare una serata senza annoiare troppo.

Iron Man 2 – Il Capitolo Migliore?

Iron Man 2 riprende esattamente dove terminava il precedente capitolo, cioè la rivelazione ufficiale che Iron Man non è altri che l’industriale Tony Stark (Robert Downey Jr). L’uomo, spavaldo e sfacciato, nonostante si reputi il paladino della giustizia e della pace, si trova a dover fronteggiare numerosi nemici, non più soltanto terroristi e bande militari, ma anche lo stesso governo degli Stati Uniti, il dipartimento della difesa (interessato agli armamenti e alla tecnologia dell’esoscheletro dell’eroe) e il figlio di uno scienziato russo, Ivan Vanko (Mickey Rourke), che nutre particolari risentimenti nei confronti di Iron Man.


Anche questa volta l’ironia beffarda e la sfacciataggine di Tony Stark regalano un fumetto fantascientfico dai forti tratti scanzonati e divertenti. Il robottone Iron Man vola, spara raggi fotonici, combatte contro nuovi e potenti nemici, suoi simili e non, il tutto accompagnato dalla ricerca di un antidoto per il velenoso Palladio che Stark sta assorbendo nel suo sangue. Troviamo nuovamente la segretaria Pepper Potts (Gwyneth Paltrow) messa stavolta un po’ in ombra nel ruolo da prima donna nel film da Scarlett Johanson nel ruolo della affascinante neo-assunta dell’ufficio legale di Stark. Il film pecca un po’, come è ormai maledizione per i film col numero 2, i sequel, in quanto ad originalità. La sorpresa per la nascita di un nuovo supereroe, che si celebrava nel primo episodio, lascia il posto ad una trama poco lineare e piuttosto dispersiva, con ampi spazi per dialoghi effimeri, quasi a voler allungare la durata del film per ottenere la stessa durata del primo Iron Man.

La mancanza di azione viene compensata in qualche modo dal cattivo di turno, un Mickey Rourke redivivo e dal sapore est europeo che non esita ad elettrificarsi pur di sfogare la propria vendetta contro Stark e contro le auto del gran premio di Montecarlo. Effetti speciali degni dell’ultima generazione, con un bel combattimento fantascientifico tra supereroi meccanizzati sul finale, che però non bastano a togliere quel senso di scontatezza e mancanza di profondità iniziale.